Sono molti i poeti di Luca (e dunque della sua poesia), li ritrovo tutti, qui, e insieme li riscopro: Saba, Penna, Bellezza, Pasolini, Sereni (e il Montale piĂą tardo). Li riscopro nel sapiente impegno linguistico, nella tensione antilirica, nella spinta civile. Si veda il personalissimo reinterpretare del rasoterra, lo “smottamento verso il basso” che il lessico e il registro effettuano in maniera assolutamente efficace, facendo cozzare le parole volgari, come “cazzo”, “mazza”, “culo” con parole iperletterarie, come “strepito”, “storna”, “occhieggiano”, “repentino”, “veleggia”, senza il minimo intento narcisistico o sperimentale. E si veda l’uso, anche quello esperto, del “falso negletto” di leopardiana e pasoliniana memoria nel poemetto “Diritti”, quell’ansia mal trattenuta di narrazione e di argomentare che inarca il verso in misure ipermetre e enjambements, e lo spezza, facendolo muovere col pensiero, col discorso, plasmandolo, lasciandolo annaspare in “brutture” e ineleganze, e facendolo impennare in improvvisi momenti lirici.
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Dall’Introduzione di Emmanuela Tandello
PRIMA DELL’ALBA
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solo prima dell’alba si sente un istinto irrefrenabile ad essere sinceramente impuri, a scacciare il peso di recriminazioni senza senso senza perdere di vista il mondo, i suoi rumori che risvegliano, la difficoltĂ spessa dell’inizio – Â mi domando se non sia questo il mistero che ti chiedo, l’alba risucchiata nel crescere del giorno
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